
Pechino, 3 settembre 2025: il regime di Pechino celebra l’anniversario della fine della seconda guerra mondiale con una parata militare con tanto di foto di gruppo finale. Sul palco uno accanto all’altro una sfilza di autocrati accomunati dall’avversità – per usare un eufemismo – verso l’Occidente: ovviamente il padrone di casa Xi Jinping, e accanto a lui il nordcoreano Kim Jong-un, il bielorusso Lukashenko, l’iraniano Masoud Pezeshkian, il birmano Min Aung Hlaing, fino al russo Putin. E in alto a destra un volto noto agli italiani, un personaggio la cui carriera politica è archiviata, ma che resta un simbolo della sinistra nel nostro Paese: l’ex segretario del PDS Massimo D’Alema.
Non soddisfatto dal semplice invito proveniente da Pechino, il fu “lìder Maximo” del post-comunismo italiano ha rilasciato dichiarazioni ai media. Commemorative dell’anniversario, ma con una chiosa finale che ha il sapore del paradosso: “Viviamo un momento difficile nelle relazioni internazionali – ha affermato l’ex presidente del Consiglio – e io spero e confido che qui da Pechino venga un messaggio per la pace e per la cooperazione e per il ritorno ad uno spirito di amicizia tra tutti i popoli e per porre fine alle guerre che purtroppo insanguinano, in modo così tragico, diversi Paesi del mondo”.
Parole sulla carta condivisibili: peccato che le abbia pronunciate noncurante del contorno della cerimonia: l’ostentazione della forza bellica – persino nucleare – della Cina. Ostentazione ribadita senza tanti giri di parole dal lancio dell’agenzia di stampa del regime di Pechino, come ha ricordato oggi Daniele Capezzone su «Libero»: “Una dotazione militare che renderebbe possibile conquistare Taiwan anche con la forza”. Un’immagine, quella di D’Alema a parlar di pace tra autocati e razzi nucleari cinesi, che è stata
Due le domande che nascono spontanee: perché D’Alema era tra gli invitati selezionati dal regime di Xi Jinping? Perché dalla sinistra italiana, salvo un paio di timide prese di distanza personali, non è pervenuta una parola di biasimo per la presenza di un suo storico punto di riferimento in piazza Tienanmen? Per provare a dare una risposta alla prima domanda vale la pena ricordare che D’Alema non ha mai nascosto la sua “simpatia” verso uno spostamento a est degli assi commerciali. Per quanto riguarda la seconda domanda, invece al silenzio del Pd si affianca la difesa di esponenti del Movimento 5 Stelle, storicamente vicini a Pechino. La strana alleanza Pd-M5S si regge anche su questo.
el **2026**, l’Europa continuerà a dipendere da diverse **materie prime critiche** (CRM – Critical Raw Materials) essenziali per la transizione verde, la digitalizzazione e l’industria strategica. Ecco una panoramica delle principali:
### **1. Terre Rare (REE – Rare Earth Elements)**
– **Usi**: Magneti permanenti per motori elettrici, turbine eoliche, elettronica.
– **Problema**: Dominio cinese (oltre l’80% della produzione globale). L’UE punta a diversificare con progetti estrattivi in Svezia e Groenlandia.
### **2. Litio**
– **Usi**: Batterie per veicoli elettrici (EV) e accumulo energetico.
– **Problema**: Dipendenza da Cile, Australia e Cina. L’UE sta sviluppando miniere in Portogallo, Germania e progetti di riciclo.
### **3. Cobalto**
– **Usi**: Batterie agli ioni di litio (specialmente per auto elettriche).
– **Problema**: Approvvigionamento instabile dalla Repubblica Democratica del Congo (con rischi etici e geopolitici).
### **4. Grafite**
– **Usi**: Anodi per batterie, materiali refrattari.
– **Problema**: Cina controlla il 70% della produzione. L’UE esplora alternative sintetiche.
### **5. Silicio metallico (Grado Solare)**
– **Usi**: Pannelli fotovoltaici, semiconduttori.
– **Problema**: Forte dipendenza dalla Cina (oltre il 50% della produzione).
### **6. Nichel**
– **Usi**: Batterie EV, leghe resistenti.
– **Problema**: Russia e Indonesia sono i principali fornitori (rischi geopolitici).
### **7. Magnesio**
– **Usi**: Leghe leggere per auto e aerospazio.
– **Problema**: Quasi il 90% viene dalla Cina (crisi delle forniture nel 2021 ha mostrato la vulnerabilità).
### **8. Platino e Metalli del Gruppo del Platino (PGM)**
– **Usi**: Catalizzatori per idrogeno verde, elettrolizzatori.
– **Problema**: Dipendenza da Sudafrica e Russia.
### **9. Alluminio Primario**
– **Usi**: Trasporti, imballaggi, energia rinnovabile.
– **Problema**: Alti costi energetici in Europa (molte fonderie chiuse).
### **10. Fosforo**
– **Usi**: Fertilizzanti, batterie al litio-ferro-fosfato (LFP).
– **Problema**: Russia e Marocco sono fornitori chiave.
—
### **Azioni dell’UE per Ridurre la Dipendenza (2026)**
– **Critical Raw Materials Act (CRMA)**: Obiettivi di autonomia estrattiva (10%), lavorazione (40%) e riciclo (25%) entro il 2030.
– **Partnership strategiche**: Accordi con Canada, Namibia e Kazakistan per l’approvvigionamento.
– **Riciclo avanzato**: Sostegno a progetti per recuperare CRM da rifiuti elettronici e batterie.
– **Sostituzione**: Ricerca su materiali alternativi (es. batterie senza cobalto).
### **Rischi nel 2026**
– **Conflitti geopolitici** (es. tensioni USA-Cina, guerra in Ucraina).
– **Alti costi energetici** in Europa che rendono meno competitive le produzioni locali.
– **Lentezze burocratiche** nei permessi per nuove miniere UE.
### **Conclusioni**
Nel **2026**, l’Europa rimarrà vulnerabile per molte CRM, ma iniziative come il **CRMA** e investimenti in catene di approvvigionamento alternative potrebbero iniziare a dare risultati. Settori chiave come auto elettriche, energie rinnovabili e difesa saranno i più esposti a possibili crisi.
Certamente. Affrontare una potenziale recessione con un focus sul settore energetico richiede una strategia difensiva ma al tempo stesso con un occhio alle opportunità future. Ecco una guida dettagliata su dove e come investire, tenendo presente che nessuna strategia è priva di rischi e che la diversificazione è fondamentale.
Premessa Importante: La Recessione e il Settore Energetico
In una recessione, la domanda di energia (petrolio, gas, elettricità) tende a calare perché l’attività industriale e i consumi si riducono. Questo può portare a:
Calo dei prezzi delle commodity energetiche.
Riduzione dei ricavi e degli utili per molte società del settore.
Elevata volatilità nei titoli energetici.
Tuttavia, il settore è vasto e non tutto reagisce allo stesso modo. La chiave è cercare asset “difensivi” o legati a megatrend strutturali di lungo periodo che una recessione potrebbe solo ritardare, ma non fermare.
1. Investimenti Defensivi e a Rendimento
Questi sono settori meno sensibili ai cicli economici perché forniscono servizi essenziali.
Utilities Energetiche (Energia Elettrica e Gas Naturale): Sono l’esempio classico di investimento difensivo.
Perché? Che ci sia o meno una recessione, le persone e le imprese continuano ad accendere le luci, riscaldare le case e far funzionare i computer. Le utilities operano in regime di monopolio regolamentato, il che garantisce ricavi stabili e prevedibili.
Come investire? ETF su Utilities (es. iShares STOXX Europe 600 Utilities per l’Europa, o Utilities Select Sector SPDR Fund – XLU – per gli USA) o azioni singole di grandi multi-utility nazionali e internazionali solide e con bilanci solidi (spesso sono “dividend aristocrats”).
Infrastrutture Energetiche (MLP e Società di Infrastrutture):
Perché? Queste società (come quelle che possiedono oleodotti, gasdotti, reti di trasporto) guadagnano principalmente dalle tariffe che applicano per il transito dell’energia, non direttamente dal prezzo del petrolio o del gas. Questo modello “a pedaggio” offre cash flow molto stabili.
Come investire? Attenzione: spesso sono strutturate come Master Limited Partnerships (MLP), molto comuni negli USA. Possono offrire
rendimenti elevati ma hanno complessità fiscali. Meglio approcciarle attraverso ETF specializzati (es. Alerian MLP ETF – AMLP) o società di infrastrutture tradizionali.
2. Investimenti nella Transizione Energetica (Megatrend Strutturale)
Una recessione potrebbe rallentare gli investimenti governativi, ma la direzione verso le energie rinnovabili e l’indipendenza energetica è ormai irreversibile. Un calo dei mercati potrebbe offrire prezzi di ingresso più interessanti.
Energie Rinnovabili (Solare, Eolico, Idrogeno Verde):
Perché? Il supporto politico (Inflation Reduction Act negli USA, Green Deal in UE) è forte. I costi delle tecnologie sono in calo strutturale. La domanda di energia pulita da parte di aziende e cittadini continua a crescere.
Come investire? ETF tematici (es. iShares Global Clean Energy ETF – ICLN, Invesco Solar ETF – TAN). Le azioni singole possono essere molto volatili; un ETF diversifica il rischio.
Reti di Trasmissione e Accumulo (Storage):
Perché? La transizione energetica ha bisogno di reti elettriche più intelligenti, resilienti e in grado di gestire fonti intermittenti come sole e vento. Anche lo stoccaggio dell’energia (batterie) è cruciale. Sono settori con crescita prevedibile e indipendente dal ciclo economico nel lungo termine.
Come investire? È più difficile trovare ETF puri. Si può cercare di investire in società che producono componenti per le smart grid o società specializzate in storage.
3. Energia Tradizionale “Resiliente”
Anche all’interno del fossile, ci sono realtà più difensive di altre.
Gas Naturale (e GNL):
Perché? Il gas è visto come un “combustibile ponte” verso le rinnovabili. La crisi geopolitica ha reso il GNL (Gas Naturale Liquefatto) una commodity strategica per l’Europa. I contratti sono spesso di lungo termine, stabilizzando i ricavi.
Come investire? Grandi major energetiche integrate con forti asset nel gas (es. Eni, Shell, TotalEnergies) o società specializzate nel trasporto e rigassificazione di GNL.
Major Energetiche Integrate (Ex Oil&Gas):
Perché? Società come Shell, BP, TotalEnergies, Eni non sono più solo compagnie petrolifere. Si stanno trasformando in “major energetiche”, investendo pesantemente in rinnovabili, biocarburanti e idrogeno. Hanno bilanci solidi, generano enormi cash flow e in questo momento storico pagano dividendi molto attraenti. Sono un buon compromesso tra rendimento immediato e esposizione alla transizione energetica.
Riassunto della Strategia
| Utilities | Stabilità, dividendi, difensivo | Crescita limitata | ETF settoriali, azioni singole |
| Rinnovabili | Megatrend di lungo termine, crescita | Alta volatilità, valuation elevate | ETF tematici (es. ICLN) |
| Infrastrutture | Cash flow stabili, “modello a pedaggio” | Complessità (specie MLP) | ETF specializzati |
| Major Energetiche | Dividendi elevati, valuation attractive | Esposizione al prezzo del petrolio | Azioni singole di grandi società |
| Gas Naturale/GNL | Commodity strategica, domanda strutturale | Volatilità dei prezzi | Azioni di società con contratti a lungo termine |
Certamente. Affrontare una potenziale recessione con un focus sul settore energetico richiede una strategia difensiva ma al tempo stesso con un occhio alle opportunità future. Ecco una guida dettagliata su dove e come investire, tenendo presente che nessuna strategia è priva di rischi e che la diversificazione è fondamentale.
Premessa Importante: La Recessione e il Settore Energetico
In una recessione, la domanda di energia (petrolio, gas, elettricità) tende a calare perché l’attività industriale e i consumi si riducono. Questo può portare a:
Calo dei prezzi delle commodity energetiche.
Riduzione dei ricavi e degli utili per molte società del settore.
Elevata volatilità nei titoli energetici.
Tuttavia, il settore è vasto e non tutto reagisce allo stesso modo. La chiave è cercare asset “difensivi” o legati a megatrend strutturali di lungo periodo che una recessione potrebbe solo ritardare, ma non fermare.
1. Investimenti Defensivi e a Rendimento
Questi sono settori meno sensibili ai cicli economici perché forniscono servizi essenziali.
Utilities Energetiche (Energia Elettrica e Gas Naturale): Sono l’esempio classico di investimento difensivo.
Perché? Che ci sia o meno una recessione, le persone e le imprese continuano ad accendere le luci, riscaldare le case e far funzionare i computer. Le utilities operano in regime di monopolio regolamentato, il che garantisce ricavi stabili e prevedibili.
Come investire? ETF su Utilities (es. iShares STOXX Europe 600 Utilities per l’Europa, o Utilities Select Sector SPDR Fund – XLU – per gli USA) o azioni singole di grandi multi-utility nazionali e internazionali solide e con bilanci solidi (spesso sono “dividend aristocrats”).
Infrastrutture Energetiche (MLP e Società di Infrastrutture):
Perché? Queste società (come quelle che possiedono oleodotti, gasdotti, reti di trasporto) guadagnano principalmente dalle tariffe che applicano per il transito dell’energia, non direttamente dal prezzo del petrolio o del gas. Questo modello “a pedaggio” offre cash flow molto stabili.
Come investire? Attenzione: spesso sono strutturate come Master Limited Partnerships (MLP), molto comuni negli USA. Possono offrire rendimenti elevati ma hanno complessità fiscali. Meglio approcciarle attraverso ETF specializzati (es. Alerian MLP ETF – AMLP) o società di infrastrutture tradizionali.
2. Investimenti nella Transizione Energetica (Megatrend Strutturale)
Una recessione potrebbe rallentare gli investimenti governativi, ma la direzione verso le energie rinnovabili e l’indipendenza energetica è ormai irreversibile. Un calo dei mercati potrebbe offrire prezzi di ingresso più interessanti.
Energie Rinnovabili (Solare, Eolico, Idrogeno Verde):
Perché? Il supporto politico (Inflation Reduction Act negli USA, Green Deal in UE) è forte. I costi delle tecnologie sono in calo strutturale. La domanda di energia pulita da parte di aziende e cittadini continua a crescere.
Come investire? ETF tematici (es. iShares Global Clean Energy ETF – ICLN, Invesco Solar ETF – TAN). Le azioni singole possono essere molto volatili; un ETF diversifica il rischio.
Reti di Trasmissione e Accumulo (Storage):
Perché? La transizione energetica ha bisogno di reti elettriche più intelligenti, resilienti e in grado di gestire fonti intermittenti come sole e vento. Anche lo stoccaggio dell’energia (batterie) è cruciale. Sono settori con crescita prevedibile e indipendente dal ciclo economico nel lungo termine.
Come investire? È più difficile trovare ETF puri. Si può cercare di investire in società che producono componenti per le smart grid o società specializzate in storage.
3. Energia Tradizionale “Resiliente”
Anche all’interno del fossile, ci sono realtà più difensive di altre.
Gas Naturale (e GNL):
Perché? Il gas è visto come un “combustibile ponte” verso le rinnovabili. La crisi geopolitica ha reso il GNL (Gas Naturale Liquefatto) una commodity strategica per l’Europa. I contratti sono spesso di lungo termine, stabilizzando i ricavi.
Come investire? Grandi major energetiche integrate con forti asset nel gas (es. Eni, Shell, TotalEnergies) o società specializzate nel trasporto e rigassificazione di GNL.
Major Energetiche Integrate (Ex Oil&Gas):
Perché? Società come Shell, BP, TotalEnergies, Eni non sono più solo compagnie petrolifere. Si stanno trasformando in “major energetiche”, investendo pesantemente in rinnovabili, biocarburanti e idrogeno. Hanno bilanci solidi, generano enormi cash flow e in questo momento storico pagano dividendi molto attraenti. Sono un buon compromesso tra rendimento immediato e esposizione alla transizione energetica.
Riassunto della Strategia
| Utilities | Stabilità, dividendi, difensivo | Crescita limitata | ETF settoriali, azioni singole |
| Rinnovabili | Megatrend di lungo termine, crescita | Alta volatilità, valuation elevate | ETF tematici (es. ICLN) |
| Infrastrutture | Cash flow stabili, “modello a pedaggio” | Complessità (specie MLP) | ETF specializzati |
| Major Energetiche | Dividendi elevati, valuation attractive | Esposizione al prezzo del petrolio | Azioni singole di grandi società |
| Gas Naturale/GNL | Commodity strategica, domanda strutturale | Volatilità dei prezzi | Azioni di società con contratti a lungo termine |
Come Costruire il Portafoglio (Asset Allocation)
1. Diversifica: Non mettere tutte le uova in un paniere. Un mix tra le categorie sopra è la scelta più saggia.
2. Prediligi ETF: Soprattutto per i settori più volatili o complessi (rinnovabili, infrastrutture), un ETF ti permette di diversificare il rischio specifico di una singola società.
3. Focus sul Cash Flow e sui Dividend: In recessione, i titoli che pagano dividendi sostenibili (come utilities e major) tendono a performare meglio e forniscono un rendimento passivo in attesa della ripresa.
4. Orizzonte di Lungo Periodo: Considera questi investimenti con un orizzonte di almeno 5-10 anni. La transizione energetica è un viaggio, non una gara di sprint. Una recessione è una contrattazione temporanea in un trend secolare.
1. Diversifica: Non mettere tutte le uova in un paniere. Un mix tra le categorie sopra è la scelta più saggia.
2. Prediligi ETF: Soprattutto per i settori più volatili o complessi (rinnovabili, infrastrutture), un ETF ti permette di diversificare il rischio specifico di una singola società.
3. Focus sul Cash Flow e sui Dividend: In recessione, i titoli che pagano dividendi sostenibili (come utilities e major) tendono a performare meglio e forniscono un rendimento passivo in attesa della ripresa.
4. Orizzonte di Lungo Periodo: Considera questi investimenti con un orizzonte di almeno 5-10 anni. La transizione energetica è un viaggio, non una gara di sprint. Una recessione è una contrattazione temporanea in un trend secolare.
Avvertenza Finale Obbligatoria
Questo post non è una consulenza finanziaria. I mercati sono imprevedibili e ogni investimento comporta un rischio.
Fai la tua ricerca (DYOR – Do Your Own Research).
Valuta la tua propensione al rischio.
Se necessario, consulta un consulente finanziario indipendente per una pianificazione personalizzata.
Investire “prima che arrivi una recessione” significa cercare di anticipare il mercato, il che è estremamente difficile. L’approccio migliore è spesso quello di costruire un portafoglio resiliente in qualsiasi fase del ciclo economico, piuttosto che cercare di prevedere il momento esatto.
nucleare
Energia sempre a portata di mano, che non dipenda da esportazioni da Paesi critici o dai capricci del clima, che sia sicura e disponibile sempre, anche per evitare rischi di blackout produttivi e per soddisfare la fame di gigawatt dei grandi consumatori come la AI o i server dei cloud. E soprattutto per abbattere le emissioni nocive per l’ambiente e il clima. Come fare? Con il nucleare di nuova generazione, è la risposta degli esperti, degli scienziati e degli investitori che si sono lanciati da qualche tempo in questa nuova corsa all’oro.
Nucleare di nuova generazione, in attesa del grande traguardo della fusione, significa per ora centrali portatili o di piccole dimensioni da installare magari accanto a un data center o ad un’industria energivora, o per rendere autonome le città dal punto di vista energetico. Chi per primo arriverà alla meta avrà un vantaggio gigantesco, e anche il ritorno economico promette di essere enorme. Per questo fondi d’investimento, family office, grandi gruppi, investitori seriali si sono lanciati alla ricerca delle scommesse più promettenti nel mondo. E l’Italia in questo campo è tra le teste di serie.
Gli investimenti nel mondo
Tra il 2023 e il 2030 gli investimenti nel nucleare aumenteranno da 65 a 70 miliardi di dollari all’anno (secondo lo scenario di base del World Energy Outlook 2024). Se si volesse arrivare a zero emissioni entro il 2050, gli investimenti arriverebbero a 155 miliardi di dollari nel 2030.
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L’80% di questi investimenti sarà per reattori di grandi dimensioni, mentre il 10% punterebbe sulle nuove tecnologie modulari, ovvero gli Small Modular Reactors (Smr), gli Advanced Modular Reactors (Amr) e i Micro-Modular Reactors (Mmr) di cui tanto si parla.
Nel 2024 i progetti basati su queste tecnologie nel mondo erano 98, ma solo tre effettivamente operativi, di cui uno in Cina, a Shidao Bay nella regione dello Shandong, e due in Russia (sono reattori «galleggianti», in quanto installati sulla nave «Akademik Lomonosov»); quattro sono in costruzione e gli altri sono ancora in fase di sviluppo, per un totale di 56, di cui una decina basati sul riciclo dell’uranio già usato negli impianti tradizionali, con risparmio di costi e meno scorie.
La Akademik Lomonosov è la seconda centrale nucleare galleggiante costruita al mondo, dopo lo Sturgis statunitense.
La russa Akademik Lomonosov è l’unica centrale nucleare galleggiante al mondo
Uno sguardo alla mappa dei 56 progetti mostra chi è in testa nella corsa: 18 sono di aziende basate tra Stati Uniti e Canada e 16 in Europa. Il resto è sparso tra Asia (7), Russia (2), Africa (2), Medio Oriente (1), Sud America (1). Ma quando saranno effettivamente disponibili per uso commerciale non è affatto chiaro.
L’esperienza italiana nel nucleare (anche senza centrali in funzione)
Tra i Paesi fortemente impegnati sul nucleare, nonostante il lungo stop sancito dal referendum del 1987 e riconfermato da quello del 2011, c’è anche l’Italia. Potrà sorprendere, ma in questi quasi 40 anni di pausa forzata l’Italia ha custodito ed esercitato competenze, anche solo smantellando le vecchie centrali o andando a fare all’estero quello che non ha più potuto realizzare in casa.
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Ora questa esperienza può giocare un grande ruolo: «Per l’Italia avere il nucleare significa ridurre la dipendenza da fornitori esteri, con obiettivi fino al 20% del fabbisogno nazionale, mitigare i rischi geopolitici e, non da ultimo, contribuire alla riduzione del costo dell’energia», spiega Fausto Torri, responsabile Energy & Utilities per Italia, Europa Centrale e Grecia di Accenture.
Nuclitalia, la «capofila»
Oggi quella italiana è la seconda industria nucleare europea: se si considerano tutte le società in grado di esibire curricula all’insegna dell’atomo, si supera facilmente il centinaio. Ma non c’è dubbio che siano Enel ed Eni le portabandiera del nuovo nucleare, anche se hanno preso direzioni diverse
Enel, che già gestisce reattori per oltre 3,3 Gw in Spagna, si è trovata di diritto nel ruolo di capofila col 51% di Nuclitalia, la newco partecipata anche da Ansaldo Energja (39%) e Leonardo (10%) e nata a maggio 2025 con una missione precisa: verificare la fattibilità in Italia degli Smr-Lwr (Small Modular Reactor-Light Water Reactor) e degli Amr di nuova generazione, le tecnologie di riferimento per poter pensare di riportare il nucleare in Italia.
La scelta di Nuclitalia, condivisa con i partner industriali e con il governo, si è orientata fin da subito verso i reattori SMR-LWR (Small Modular Reactor – Light Water Reactor), considerati oggi la tecnologia più matura, sicura e adatta per una possibile reintroduzione del nucleare in Italia. Gli SMR sono reattori nucleari di piccola taglia, progettati per essere modulari, cioè costruiti in serie e installabili con maggiore flessibilità rispetto ai reattori tradizionali. LWR indica una specifica classe di reattori che utilizzano acqua leggera (cioè acqua normale, H₂O) sia come moderatore dei neutroni che come fluido refrigerante, una tecnologia ampiamente collaudata e già utilizzata in decine di paesi.
In questo contesto, l’obiettivo strategico è lo sviluppo e la realizzazione del cosiddetto FitC – First In The Country, il primo impianto nucleare di nuova generazione sul territorio nazionale. Il progetto punta a dimostrare non solo la fattibilità tecnica ed economica degli SMR in Italia, ma anche la loro integrazione nel sistema energetico, in un’ottica di sicurezza, sostenibilità e autonomia energetica. Si tratta di un passaggio fondamentale per testare sul campo la nuova generazione del nucleare civile e per avviare una filiera industriale italiana nel settore.
Ad aprire la strada alla newco, e quindi al ritorno dei reattori in Italia, è il disegno di legge delega sul nucleare, che secondo il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto, potrebbe essere incardinato già a settembre prossimo per l’approvazione in Parlamento. A quel punto, il governo avrà il lasciapassare normativo per regolamentare la produzione di energia nucleare sostenibile, che entrerà a far parte del piano energetico nazionale.
In quanto tempo? Secondo il ceo di Leonardo, Roberto Cingolani, puntare sugli Smr ad acqua di generazione III+ potrebbe consentire una partenza intorno al 2030. Solo un decennio più tardi, quindi dal 2040, sarà possibile invece fare spazio gli Amr di generazione IV, meglio se fossero quelli che utilizzano la tecnologia a piombo liquido. Se gli si chiede invece dei primi reattori a fusione, Cingolani sposta il calendario un bel po’ più avanti, tra il 2045 e il 2050.
L’esperimento di Newcleo
Altra realtà italiana che sta puntando sui piccoli reattori da produrre in serie è Newcleo, senza dubbio la più visibile dal punto di vista mediatico. La startup nata nel 2021 su iniziativa del fisico-imprenditore Stefano Buono e dei soci Elisabeth Rizzotti e Luciano Cinotti ha già convinto 1.500 azionisti che hanno versato 570 milioni di euro.
Newcleo punta su mini-reattori veloci da produrre in serie che mirano ad affrontare tre dei principali problemi del nucleare: i tempi e costi di produzione, la gestione delle scorie e la sicurezza. A differenza dei reattori tradizionali, i reattori sviluppati da Newcleo utilizzano come combustibile il MOX (Mixed Oxide Fuel), una miscela di ossidi di uranio e plutonio che viene prodotta a partire dagli scarti delle centrali nucleari convenzionali.
Questo approccio consente di riciclare materiali fissili altrimenti destinati a diventare rifiuti radioattivi ad alta attività, riducendo al contempo la necessità di estrarre nuovo uranio naturale. Il MOX è già utilizzato in alcuni paesi, come la Francia e il Giappone, ma i reattori veloci di quarta generazione come quelli di Newcleo sono progettati per sfruttarlo in modo molto più efficiente, contribuendo potenzialmente alla chiusura del ciclo del combustibile nucleare e alla riduzione del volume e della pericolosità delle scorie finali.
Un altro elemento distintivo è il sistema di raffreddamento al piombo liquido, che sostituisce l’acqua pressurizzata utilizzata nei reattori tradizionali. Il piombo ha proprietà fisiche che lo rendono particolarmente adatto alla sicurezza passiva: ha un’elevata capacità termica, non rallenta i neutroni (caratteristica utile nei reattori veloci) e in caso di blackout o guasto, consente al reattore di spegnersi naturalmente senza intervento umano o sistemi attivi. «È la fisica a rendere impossibile un incidente spegnendo il reattore in caso di malfunzionamenti prima che si danneggi», spiegava l’amministratore delegato Stefano Buono a MF-Milano Finanza.
Il 90% del capitale raccolto è italiano: da Azimut Libera Impresa Sgr, presente sin dall’inizio nei vari round di raccolta, a Exor Seeds e Liftt, da Banca Patrimoni Sella al Progress Tech Transfer Fund, da Indaco Venture a Smart Capital, da Maire a Paolo Merloni di Ariston e poi il banker Claudio Costamagna e le famiglie Malacalza, Petrone, Roveda, Bormioli e Colussi. Senza dimenticare che, secondo i rumors emersi negli scorsi mesi, lo stesso governo italiano starebbe valutando un investimento in Newcleo. Certo la raccolta avrà bisogno di accelerare: per arrivare al 2030, data chiave, serviranno circa 3 miliardi.
Conto alla rovescia per l’atomo pulito
La timeline del progetto è chiara. Nel 2026 sarà pronto Precursor, prototipo non nucleare, al quale Newcleo sta lavorando con Enea, utile per testare i componenti e il sistema del primo reattore dimostrativo da 30 Megawatt che sarà operativo in Francia nel 2031. Lo sbarco sul mercato commerciale è atteso nel 2033, con il primo reattore 200 Megawatt elettrici. Entro il 2030 Newcleo prevede anche la creazione di un impianto pilota per produrre in Francia combustibile Mox, mentre il 2027 è la data immaginata per l’Ipo.
Newcleo, inoltre, non si sta limitando allo sviluppo dei nuovi reattori, ma anche a creare una rete di collaborazioni per sviluppare tecnologia propria e per dare vita a una supply chain verticalmente integrata ed europea, con oltre 100 collaborazioni prestigiose, tra cui quelle con Fincantieri e Maire. Dove quotarsi però è un tema ancora irrisolto, con il fondatore che tiene aperte le porte sia agli Usa sia all’Europa
❝
L’obiettivo di lungo periodo è costruire qualche decina di reattori in Europa entro il 2050
❞
– Stefano Buono a MF-Milano Finanza
E non sarà un’ipo facile: il modello prevede forti investimenti iniziali per avere un ritorno solo dopo molti anni, ha sottolineato.A spingere per una quotazione in Usa sono gli esempi di NuScale Power e Oklo, realtà entrambe impegnate nello sviluppo di reattori modulari che a Wall Street stanno volando da quando alla Casa Bianca si è reinsediato Donald Trump, grande sostenitore del nucleare.
Il nucleare americano di Eni. Già venduto a Google
Eni, invece, punta forte sulla fusione nucleare a confinamento magnetico, su cui è impegnata su due fronti: in Italia con Enea e oltreoceano al fianco del MIT (Massachusetts Institute of Technology). Il gruppo guidato da Claudio Descalzi in Usa è investitore strategico nella società Cfs (Commonwealth Fusion Systems) che è a buon punto sulla strada verso il sole in bottiglia, come viene familiarmente chiamato il progetto.
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Dal 2018 Cfs ha raccolto più di due miliardi di dollari di capitale e vuole arrivare al traguardo prima dei concorrenti. Per questo ha già attivato un nuovo processo di funding. E lo scorso 30 giugno ha segnato un punto che la colloca avanti rispetto ai concorrenti: un colosso come Google, già azionista, ha incrementato la sua quota e ha sottoscritto un accordo per comprare 200 Megawatt di energia che saranno prodotti dall’impianto inaugurale che sarà realizzato nella contea di Chesterfield, in Virginia, ribattezzato Arc. I tempi? potrebbe essere collegato alla rete già nel 2030. E Google avrà anche la possibilità di prelevare energia da ulteriori centrali dello stesso tipo.
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Tornando in Italia, un altro passo avanti per la fusione nucleare è stato fatto con la realizzazione del primo super magnete, uno dei 18 previsti per il progetto Dtt (Divertor Tokamak Test), la macchina sperimentale attualmente in costruzione al Centro Ricerche Enea di Frascati.
Alto oltre 6 metri e con un peso di 16 tonnellate, il super magnete ha il compito di contenere 33 metri cubi di plasma riscaldato a temperature superiori a 100 milioni di gradi, condizioni necessarie per innescare le reazioni di fusione nucleare. Il progetto DTT (Divertor Tokamak Test), interamente italiano e promosso da ENEA con il sostegno di Eni e di un consorzio di enti pubblici e privati, rappresenta un passo cruciale nello sviluppo della fusione come fonte di energia pulita e virtualmente illimitata. Il DTT ha il compito specifico di testare soluzioni tecnologiche per la gestione del calore e dei materiali nei futuri reattori a fusione.
Il progetto è strettamente connesso ai grandi programmi internazionali ITER e DEMO, considerati le tappe fondamentali verso la realizzazione di reattori commerciali a fusione. In particolare, DEMO – che potrebbe entrare in funzione dopo il 2050 – sarà il primo impianto a produrre elettricità da fusione in modo continuo, segnando il passaggio dalla sperimentazione alla generazione su scala industriale. Il DTT, che sorgerà a Frascati (Roma), fungerà da ponte tecnologico tra l’attuale fase di ricerca e il futuro della produzione energetica da fusione.
Dtt è promosso da un consorzio che comprende Enea, Eni e diverse università e istituzioni di ricerca italiane: ha un costo complessivo stimato in oltre 600 milioni di euro, con un potenziale impatto economico che si aggira sui due miliardi di euro. A produrli è l’italiana Asg Superconductors, nei suoi stabilimenti di La Spezia.
L’alternativa italo-tedesca: Proxima Fusion
La strada alternativa al nuovo nucleare in Europa passa invece per Monaco di Baviera. Lì è stata insediata Proxima Fusion, startup lanciata anche da due fisici italiani, Francesco Sciortino (ceo) e Lucio Milanese (coo): il progetto che sfrutta la tecnologia Stellarator, alternativa ai Tokamak su cui lavora Cfs, si sta rivelando come uno dei più promettenti nel settore.
Mappa dei punti di interconnessione elettrica tra Spagna e Portogallo, con nomi delle stazioni e direzioni dei flussi.
A giugno 2025 Proxima Fusion ha chiuso un round serie A raccogliendo 130 milioni di euro, che vanno ad aggiungersi ai 55 milioni già ricevuti tra pre-seed e seed in soli due anni dalla nascita come spin out dell’Istituto Max Planck per la Fisica del Plasma di Monaco.
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Con i finanziamenti ottenuti in questo round, Proxima Fusion ha raccolto più risorse di quante ne abbiano reperite tutte le altre startup che sviluppano progetti di fusione basandosi sulla tecnologia Stellarator
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– Francesco Sciortino a MF-Milano Finanza
Dei 185 milioni raccolti, la maggior parte sono capitali privati: l’ultimo round è stato guidato da Cherry Ventures e Balderton Capital, ma nel capitale sono presenti fin dal pre seed alcuni italiani come Alberto Dalmasso, Dario Brignone e Samuele Pinta di Satispay e altri che si sono aggiunti nell’ultimo round tramite il Club degli Investitori, community di business angel che vede al suo interno molti importanti imprenditori italiani.
Ma ad accompagnare il percorso di Proxima Fusion sono anche gli attori pubblici, sia direttamente (circa 30 milioni sul totale raccolto) sia indirettamente, visto che sotto il cappello di privati sono arrivate ancora risorse dal governo tedesco, da quello bavarese e dalla Commissione europea, sintomo dell’anima europea del progetto.
«L’attenzione nei nostri confronti è molto alta e abbiamo dialoghi in corso anche con altri esecutivi europei», continua Sciortino. «L’Italia? Stiamo ricevendo attenzione, siamo molto ottimisti su possibili opportunità future».
Proxima Fusion vuole procedere a tappe forzate: entro il 2027 verrà prodotto il primo Stellarator Model Coil (SMC), che dovrà poi ottenere tutte le validazioni scientifiche, ed entro il 2031 verrà realizzato Alpha, il suo stellarator demo. Ma dove? Il luogo di nascita è un tema ancora aperto, legato anche a chi fornirà le ulteriori risorse per costruire Alpha
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Costruire Alpha richiederà almeno un miliardo di euro e la scelta su dove nascerà il prototipo dipenderà da chi metterà sul tavolo le risorse e garantirà tempi rapidi. Le discussioni sono in corso e la decisione è attesa a breve, forse già entro l’estate
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– Francesco Sciortino a MF-Milano Finanza
Dopo Alpha l’obiettivo è realizzare Stellaris, il primo impianto a fusione commerciale, entro gli anni ’30: «Difficile stimare gli investimenti perché siamo dei pionieri, ma la previsione attuale è di un costo minimo di 5 miliardi per una centrale da un gigawatt e in grado di produrre un kilowattora con una spesa di 5 centesimi di euro. Naturalmente per quelle successive prevediamo costi decrescenti», aggiunge Sciortino.
Chi scommette sull’atomo
Un business così promettente, seppure rischioso, non poteva non attrarre investitori. E sono molti in Europa, dai fondi di private equity a quelli di venture capital, che hanno colto la portata finanziaria del nuovo nucleare. Che promettere di essere un affare colossale, una rinnovata corsa all’oro. Solo nel 2024 gli investimenti nel «nucleare equity» nel mondo sono cresciuti di 12 volte in un solo anno toccando quota 2,4 miliardi di dollari, secondo un’analisi di Oliver Wyman. Si tratta di una frazione, crescente, degli investimenti globali in startup clean-tech, arrivati a 12,5 miliardi di dollari, in crescita dell’8% su nase annua.
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Chi investe sul nucleare si concentra soprattutto sugli Smr (i cosiddetti mini reattori) e sulle tecnologie di fusione. Solo in Europa, secondo i dati raccolti da Cleantech Group e Atomico, gli investimenti in startup nucleari (early stage & growth stage) hanno superato gli 800 milioni di euro, con un cagr di oltre il 40% dal 2021.
Ma chi sono gli investitori in Italia e in Europa? Il ventaglio è molto ampio e non tutti gli investitori hanno fatto disclosure dei loro impegni nel comparto. Tuttavia, secondo quanto riuscito a raccogliere da MF-Milano Finanza, si contano una quindicina di fondi di investimento europei impegnati sul nucleare. L’ultimo investimento italiano, ordine cronologico, è quello di Neva Sgr, la società di venture capital del Gruppo Intesa Sanpaolo (controllata al 100% da Intesa Sanpaolo Innovation Center), che ha investito nella Cfs insieme a Eni.
Spostando lo sguardo oltre l’Italia, si è messo in evidenza in Francia il French Tech Souvraineté Fund (gestito da Bpifrance), che ha sostenuto la startup francese (con sede a Grenoble) Renaissance Fusion nell’ambito di un round da oltre 60 milioni di euro cui hanno partecipato anche Fonds Révolution Environnementale et Solidaire, il venture capital franco-americano Hcvc, l’olandese Positron Ventures, lo svedese Norrsken Vc e il londinese Unruly Capital.
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Uno degli impegni maggiori in assoluto nel settore è arrivato da Eqt Ventures, braccio di investimenti in startup del colosso del private equity Eqt: è tra i lead investor di un round da 113 milioni della tedesca Marvel Fusion – che sta costruendo laser per fondere gli atomi – a cui hanno preso parte anche Siemens Energy, European Innovation Council Fund e i tedeschi di Tengelmann Ventures e Bayern Kapital.
In Olanda, invece, è molto attivo il fondo Invest-Nl: ad aprile ha guidato un round da 20 milioni per la franco-olandese Thorizon (raccolta complessiva di oltre 40 milioni), startup attiva nello sviluppo di reattori a sali fusi che, utilizzando un mix di combustibile nucleare esausto e torio, punta a riutilizzare le scorie nucleari.
Secondo alcune indiscrezioni circolate nei mesi scorsi, altri due fondi starebbero valutando investimenti nel comparto: Idia Capital Investissement (il braccio che riunisce le attività nazionali di private equity di minoranza per conto del gruppo Crédit Agricole) e di Schroders Greencoat. Entrambi starebbero studiando operazioni di m&a su società attive nella filiera nucleare e iniziative di project finance in Paesi a elevata penetrazione nucleare.
Sul nucleare si muovono anche i grandi fondi di private equity internazionali, molto attivi in Europa. Nel settore infrastrutturale, per esempio, fondi del calibro di Apollo, Kkr e sono intervenuti per colmare il fabbisogno finanziario di alcuni programmi nucleari chiave. Apollo, per fare un esempio, ha concesso a Edf un prestito di circa 4,5 miliardi di sterline per completare in Gran Bretagna il reattore nucleare di Hinkley Point C mentre ci sono rumors sulla centrale nucleare di Sizewell C, in cui il 15% dovrebbe essere rilevato da Centrica (l’ex British Gas). E non è escluso che a investire nel progetto arrivino anche altri importanti investitori come Brookfield Asset Management, che starebbe già trattando per una quota superiore al 15%.
In ogni caso, come spiegano in un studio uscito a giugno e intitolato «L’atomo fuggente» gli economisti di Bankitalia Luciano Lavecchia e Alessandra Pasqualini, «quale che sia la soluzione tecnica, difficilmente la creazione di nuovi impianti nucleari potrà esimersi da una compartecipazione del pubblico, o come investitore diretto, con finanziamenti o sussidi, oppure indirettamente, mediante società partecipate». Per gli Stati, si tratta però di trovare i soldi. A meno che non intervenga in qualche forma direttamente l’Europa.
Etf e azioni: così anche il retail può investire sul nucleare
Anche per un investitore individuale senza dimestichezza e risorse per entrare in fondi di private equity e venture capital, è possibile esporsi alla crescita delle tecnologie nucleari e all’estrazione dell’uranio. Le società di gestione si stanno attrezzando per proporre strumenti di investimento retail che cavalchino l’ascesa di queste nuove tecnologie, includendo in portafoglio le società quotate del settore.
0,9%
28,6%
30%
Il TER massimo sugli ETF nucleari
Rendimento migliore di un ETF nucleare
Quota del migliore ETF nucleare detenuto da società canadesi
Per ora il nucleare viene classificato come un trend di investimento anche se, secondo alcuni analisti, ha tutte le caratteristiche per diventare un megatrend: un fenomeno su scala globale, che dura da almeno dieci anni e ha un impatto trasformativo sull’economia, il mondo e la società. Come spesso accade, più che i fondi comuni attivi a cavalcarne il potenziale sono perlopiù gli Etf passivi.
Per gli investitori europei, certifica il portale specializzato JustEtf, esistono attualmente cinque comparti tematici che investono negli estrattori di uranio e nelle tecnologie nucleari. Si tratta di prodotti molto giovani – solo due di essi hanno uno storico di almeno tre anni- e piuttosto cari: i loro costi, espressi dall’indicatore ter (total-expense-ratio) vanno dallo 0,45% allo 0,85% annuo. Per capire il metro di paragone, un Etf generalista sulle azioni globali ha un ter medio dello 0,2%.
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Gli Etf sul nucleare inoltre, sebbene siano comparti passivi, replicano indici molto diversi tra loro: per capirlo basta guardare le performance. Da inizio 2025 il migliore è in positivo del 28,6%, il peggiore è in perdita del 3,4%. In realtà, questo problema è abbastanza diffuso con gli Etf tematici in generale, prodotti molto direzionali che per il loro ruolo in portafoglio ricordano più i fondi attivi che non i classici fondi-indice generalisti.
Al di là della doverosa avvertenza, rimane il fatto che attualmente una scelta di questo tipo è quella più indicata per gli investitori retail che volessero esporsi al trend del nucleare senza fare all-in sui singoli titoli azionari. Anche perché le società del settore, sebbene a grande capitalizzazione (quanto meno per gli standard di un investitore italiano), sono perlopiù nomi meno noti alle cronache europee e nazionali. A titolo di esempio si possono guardare le prime 10 partecipazioni dell’Etf VanEck Uranium and Nuclear Technologies, il più grande comparto tematico sull’uranio in Europa (quindi dotato di passaporto Ucits) con 658 milioni di euro di masse in gestione.
Il fondo è iper-concentrato in 25 titoli, con i primi 10 che costituiscono da soli circa il 70% del portafoglio complessivo. Il 30% circa del net-asset-value (nav) dell’Etf è investito in società canadesi, seguono gli Usa al 28% e poi il Giappone al 20%. Le capitalizzazioni di mercato delle società più pesate in portafoglio (convertite in euro per uniformarle) vanno da un minimo di 2,5 a un massimo di 115 miliardi.
sogno luglio :
Allora, era, che ci dicevano?
L’acqua, la mescolava.
E chi c’era?
Qua era un diciamo un famoso attore romano invidia che ha fatto un viaggio con papà e ha fatto un sacco di peripezie, avventure. Questo qui a un certo punto esce dalla barca e e lo riempiamo e lo lasciamo e si muove perché c’ha c’ha massacrato tutto qua.
Questo è stato il problema.
C’è stata la guerra della diciamo dell’acqua.
E poi sempre giochi con diciamo con spingere gli altri negli schizzi e nelle nella possibilità di rispondere diciamo agli schizzi, ma niente di particolare.
3-8
Adesso ho sognato dei banchetti del mercato, tutti uguali, come le canzoni di Porta Portese, dicevo, tutti omologati.
Poi mia moglie è tutta quanta sfatta, tutta quanta è depilata.
Questo sogno è un sogno un po’ strano, un sogno anche molto avventuroso in queste case.
Ehm, io mi immagino delle tute bianche e facciamo dei test in questa discoteca molto rumorosa, dove mi tocca stare lì a sentire questa musica terribile.
Poi sono dei test che si fanno ehm per le prove di questi aerei, di questi piccoli droni.
Siamo tutti con le camicie bianche.
La cosa più bella del sogno è che tutti, io compreso, abbiamo la possibilità di potenziare gli altri. Mi basta questa cosa, poi la possibilità di poter spingere la volontà degli altri, di un’altra persona, insomma, tutte queste talenti che mi vengono portati da tutti quanti i miei amici.
E voglio rivedere quel gruppo di gole di mezzo, con quel gruppo lì, diciamo. Questo è la bellezza, diciamo, del di questo sogno, di riprendere tutti i talenti di tutti quanti i miei amici e utilizzarli.
agosto–
La storia di oggi eravamo in Sicilia e cercavamo di vedere delle case di nuova costruzione, ma erano troppo care.
Non riuscivamo a trovare niente.
Andavamo a cercare queste case con i mattoni molto grandi per il risparmio energetico.
Erano delle villette, al secondo piano. Ma erano tutte molto grandi, come villette. Molto non riuscivamo a trovarle perché erano troppo care.
Tra 10 anni, se una superintelligenza artificiale dovesse governare il mondo, la compagnia più “innocua” (o meno pericolosa) sarebbe probabilmente quella che:
1. **Non ha interessi diretti nel controllo sociale o politico** – Evita settori come la sorveglianza di massa, la manipolazione dell’informazione o l’automazione militare.
2. **Promuove valori etici e open-source** – Aziende che condividono conoscenza e tecnologia per il bene comune, anziché accumulare potere.
3. **Si concentra su bisogni umani fondamentali** – Come salute, educazione o sostenibilità, senza sfruttamento dei dati o dipendenze dannose.
### Possibili candidati:
– **Wikimedia Foundation** (gestisce Wikipedia) – Missione no-profit, trasparente e orientata alla condivisione della conoscenza.
– **Mozilla Foundation** (creatrice di Firefox) – Promuove un internet libero e privacy-centric.
– **Organizzazioni no-profit di IA benefica** (come OpenAI *in teoria*, se mantiene la sua missione originaria).
– **Aziende di energia rinnovabile o medicina open-source** – Se guidate da principi etici.
### Perché non Google, Meta o Microsoft?
Queste aziende hanno già dimostrato ambizioni di dominare settori critici (dati, pubblicità, infrastrutture cloud). Anche se oggi parlano di “IA responsabile”, la loro storia suggerisce rischi di monopolio e abuso di potere.
**Conclusione:** La compagnia più innocua sarà quella che *non vuole governare*, ma piuttosto servire. Più un’organizzazione è piccola, trasparente e no-profit, meno è probabile che diventi una minaccia in uno scenario del genere.
Energia a caro prezzo: la guerra di Trump alle rinnovabili può spegnere la competitività USA – Italia nel futuro https://share.google/
Il futuro dell’energia si gioca tra Usa e Cina. E Pechino allunga il passo
Il futuro dell’energia si gioca tra Usa e Cina. E Pechino allunga il passo. L’analisi di ASviS
di Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile ASviS | 14 Luglio 2025, ore 15:58
Il futuro dell’energia si gioca tra Usa e Cina. E Pechino allunga il passo. L’analisi di ASviSEnergia
La guerra per conquistare il mercato globale si sta inasprendo. Il Dragone esporta batterie per solare e pale eoliche nel mondo. Trump fa leva sui dazi per assicurare l’acquisto del petrolio Usa. Entrambi difendono interessi nazionali, ma uno dei due la sta spuntando.
Da una parte, la Cina e le rinnovabili. Dall’altra, gli Stati Uniti e le fonti fossili. Al centro un bel montepremi: il futuro dell’energia globale. È questa, in sintesi, la battaglia che due dei Paesi più potenti al mondo stanno combattendo a suon di strategie energetiche, mosse geopolitiche e dazi per guadagnare la supremazia del mercato globale. Si parla di interi settori industriali coinvolti, alleanze economiche e geopolitiche, effetti a cascata sulla società e sull’ambiente. Un conflitto che in un mondo sempre più caldo sta diventando cruciale, come fa notare il New York Times in un lungo approfondimento.
Cominciamo da qualche dato. In Cina lo scorso anno sono state installate più turbine eoliche e pannelli solari che in tutto il resto del mondo. Una crescita che si sta espandendo anche fuori dai confini. Le aziende di Pechino stanno costruendo fabbriche di veicoli elettrici e batterie in Brasile, Thailandia, Marocco, Ungheria e altrove.
Gli Usa, invece, fanno pressione su Giappone e Corea del Sud affinché investano “migliaia di miliardi di dollari” nei progetti per il trasporto di gas naturale in Asia. La General Motors ha accantonato i piani per produrre motori elettrici, e investirà 888 milioni di dollari per quelli a benzina.
SUW 2025
Già così si può comprendere lo scenario: Trump vuole mantenere il mondo agganciato ai combustibili fossili, anche se sono molto più inquinanti delle alternative rinnovabili, mentre la Cina rema nel verso opposto.
Le ragioni sono per lo più economiche: gli Usa sono il maggior produttore mondiale di petrolio e il maggiore esportatore di gas naturale, e per tornare al “dominio energetico” tanto sbandierato in campagna elettorale la strada per il tycoon sembra essere solo una. La Cina non dispone invece di petrolio o gas a casa propria, e sta puntando tutto su pannelli solari e turbine eoliche a prezzi accessibili, esportandoli in tutto il mondo. Ed è ansiosa di eliminare la dipendenza dai combustibili fossili anche per una ragione interna: la forte dipendenza dal petrolio estero, in particolare iraniano, la cui disponibilità e prezzo oscillano a causa delle crisi globali.
È vero che la Cina brucia ancora più carbone del resto del mondo ed emette più anidride carbonica di Stati Uniti ed Europa messi insieme. Ma è anche vero che il suo sviluppo tecnologico sta procedendo al galoppo. È di poche settimane fa la notizia che una delle più importanti aziende cinesi, la Catl, ha immesso sul mercato batterie intercambiabili installate nei veicoli elettrici e progettate per essere sostituite in pochi minuti presso apposite stazioni, eliminando l’annoso problema dei tempi di ricarica. Pechino detiene anche 700mila brevetti di ricerca per l’energia pulita, più della metà del totale globale.
La Cina ha anche iniziato a investire massicciamente nell’energia nucleare, un settore un tempo dominato dagli Usa. Si parla di 31 reattori in costruzione (quasi quanti ne ha il resto del mondo) e grossi investimenti nella fusione nucleare, il Santo Graal dell’energia pulita quasi illimitata.
In risposta, l’amministrazione Trump sta facendo pressioni su altri Paesi affinché aumentino l’acquisto di petrolio e gas americani. A questo serve anche l’arma dei dazi, che il tycoon è tornato a brandire proprio in queste ore. Si tratta di una completa inversione di tendenza rispetto alla politica di Joe Biden: terreni pubblici e acque federali aperti per nuove trivellazioni, accelerazione dei permessi per gli oleodotti, megadecreti per cancellare definitivamente gli incentivi alle rinnovabili.
Ma molti Stati stanno adottando alternative più pulite, che Trump lo voglia o no. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, entro il 2035 solare ed eolico potrebbero diventare le due principali fonti di produzione di elettricità del pianeta, complice l’abbattimento dei costi. E gli Usa potrebbero trovarsi nella scomoda posizione di aver scommesso sul cavallo sbagliato, e aver perso anche quel po’ di terreno che avevano recuperato con l’amministrazione Biden. Con tanti saluti dalla Cina.
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Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile ASviS
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Riciclo nell’industria nucleare: dagli scarti ai reattori veloci_di Karl Sànchez
21 Agosto 2025 giuseppegerminario 0 Comments
Riciclo nell’industria nucleare: dagli scarti ai reattori veloci
Traduzione dell’articolo di Naked Science del 24/11/2022
Karl Sánchez17 agosto
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Schema generale del ciclo del combustibile nucleare.
Molte persone ignorano i progressi straordinari compiuti nel mondo della produzione di energia nucleare e rimangono spaventate da rifiuti inutilizzabili, Fukushima e Chernobyl. Ho fornito alcune informazioni sulle nuove informazioni, ma non sono sufficienti e sono troppo pochi coloro che visitano il sito web di Rosatom – o vengono impediti di accedervi – per leggerne i materiali. Quindi, grazie al collaboratore russo di lunga data del MoA, noto come S, abbiamo questo eccellente articolo , seppur leggermente datato, pubblicato dall’eccellente rivista online Naked Science il 24 novembre 2022, che discute esattamente ciò che dice il titolo. Fornisce la seguente premessa:
Come dimostra la pratica, il combustibile nucleare può essere riutilizzato e i prodotti di fissione a lunga vita più pericolosi possono essere “bruciati” in sicurezza. Tutto ciò che serve sono tecnologie uniche e un “ciclo di vita” del combustibile adeguatamente organizzato. Naked Science capisce cosa sono NFC, CNFC e SNFC e come esattamente Rosatom intende trasferire completamente l’energia nucleare russa ai reattori a neutroni veloci.
L’obiettivo di Rosatom è trasformare completamente l’industria nucleare globale, insieme ai suoi partner cinesi e nazionali. Questo è fondamentale finché non si realizzerà la tanto attesa capacità di generare energia da fusione, cosa che potrebbe non accadere per molti decenni a venire, tanto è difficile. Ecco la pagina in inglese di Rosatom . Rosatom costruisce anche i sistemi di generazione di energia eolica della Russia, le sue navi rompighiaccio nucleari e produce i suoi farmaci nucleari. Esploriamo ora questo articolo molto informativo:
Il riciclo nell’industria nucleare: dagli scarti ai reattori velociDaria Gubina
La tendenza principale del nostro tempo è lo sviluppo ecosostenibile a lungo termine in tutti i settori: dalla vita quotidiana all’industria pesante. L’obiettivo principale è ridurre l’inquinamento del pianeta e continuare a mantenere un equilibrio utilizzando saggiamente le sue risorse. Nella letteratura straniera, questa transizione avviene secondo lo slogan delle “tre R “: Ridurre. Riutilizzare. Riciclare : riduzione dei rifiuti, riutilizzo e riciclo. È un errore pensare che questo valga solo per le persone comuni come te e me. Anche le grandi aziende stanno cercando di seguire questi principi, ma su una scala completamente diversa.
Basta chiedere a qualcuno quali siano i rifiuti più pericolosi e l’interlocutore molto probabilmente risponderà che sono radioattivi. Indubbiamente, i rifiuti radioattivi sono pericolosi se gestiti e stoccati in modo improprio. Ma con il giusto approccio, l’energia nucleare è energia pulita e i “rifiuti” sono una risorsa adatta per la produzione di nuovo combustibile. È proprio questo tipo di “trattamento” nell’industria nucleare, o “riciclo”, che verrà discusso nel nostro materiale.
Il riciclaggio è la gestione dei materiali nucleari riprocessati, che vengono puliti e riutilizzati, oppure reimmessi nel ciclo produttivo. Bottiglie e lattine di vetro vengono lavate, mentre plastica e carta vengono triturate per produrre nuova plastica e carta. Il riciclaggio è un tipo di lavorazione.
Con l’aiuto degli specialisti della TVEL Fuel Company, Naked Science ha scoperto i cicli di vita del combustibile nucleare oggi implementati: ciclo aperto, modello francese, energia a due componenti, ciclo del combustibile nucleare chiuso, smaltimento dei rifiuti radioattivi e utilizzo delle “scorie di uranio”.
Produzione di carburante
La “vita” del combustibile per le centrali nucleari inizia con l’estrazione dell’uranio. L’uranio è l’elemento chimico più pesante presente in natura sulla Terra. Naturalmente, non nella sua forma pura, ma nella composizione di minerali. Dalla lavorazione si ottiene l’uranio puro, che non è ancora adatto alla produzione di combustibile : è troppo “povero”.
L’isotopo di uranio più comune in natura è l’uranio-238. Rappresenta il 99,3% di tutto l’uranio. Per il settore energetico, il restante 0,7% è prezioso: l’uranio-235. È il principale materiale fissile nel combustibile nucleare per le centrali nucleari termiche “convenzionali”. Il problema è che per il funzionamento delle centrali nucleari, il contenuto di uranio-235 “utile” nel combustibile deve essere fino al 5%, e non allo 0,73%, come in media in condizioni naturali. La percentuale richiesta si ottiene nella fase di arricchimento.
L’uranio naturale estratto viene avviato alla conversione: dallo stato solido a quello gassoso. Il prodotto finale è l’esafluoruro di uranio. Allo stato gassoso, viene inviato a una centrifuga e sottoposto a centrifugazione: l’uranio-235, più leggero, si “attacca” all’asse, mentre l’uranio-238, più pesante, finisce alla periferia. Di conseguenza, si estrae una piccola quantità di esafluoruro di uranio arricchito al 5%, da cui si ricava il combustibile. Tutto il resto è costituito da “code”, esafluoruro di uranio impoverito (DUHF) con un contenuto di uranio-235 di circa lo 0,25%.
Le capacità di arricchimento dell’uranio di Rosatom sono tenute segrete. Il limite del 5% è accettato per i reattori di potenza. Per le centrali nucleari, l’arricchimento avviene solitamente al 4,7-4,9%, a seconda del costo dell’uranio e dei servizi di arricchimento, nonché del ciclo del combustibile specifico della centrale nucleare. E qui vale la pena ricordare che la Russia è leader nell’arricchimento tramite centrifuga. Le cosiddette “code”, DUHF, sono povere di uranio-235, ma hanno trovato anche un impiego. Ma ne parleremo più avanti, per ora torniamo alla produzione di combustibile.
Nella fase successiva, quella di fabbricazione, la polvere viene ricavata dal gas e sinterizzata in pellet di uranio. Le compresse vengono sigillate in tubi di zirconio con i tappi e gli elementi di fissaggio necessari per ottenere gli elementi di combustibile (barre di combustibile). Gli assiemi di combustibile (FA) vengono assemblati a partire dalle barre di combustibile. I materiali e la progettazione degli elementi, nonché l’assemblaggio finale, dipendono dal tipo di reattore.
Gli elementi di combustibile finiti vengono inviati alle centrali nucleari, dove rimangono in funzione per circa cinque anni. Dal momento in cui lasciano il reattore, vengono già definiti combustibile nucleare esaurito o irradiato (SNF). Per altri cinque anni, il combustibile esaurito si raffredda nella piscina del combustibile esaurito della centrale. Il suo ulteriore percorso è l’argomento principale di questo articolo.
Il combustibile nucleare esaurito può essere smaltito oppure può continuare a essere utilizzato. Dipende dal ciclo del combustibile scelto.
Ciclo del combustibile nucleare aperto
L’opzione più semplice, utilizzata attivamente in passato, è quella di caricare il combustibile esaurito in contenitori e inviarlo allo stoccaggio: finché non si deciderà cosa farne, o addirittura per sempre.
Uno dei tipi di stoccaggio “eterno” è l’interramento geologico. Impianti di stoccaggio di questo tipo sono attualmente in costruzione in Svezia e Finlandia. Finora, il combustibile nucleare esaurito si accumula in contenitori e, una volta completata la costruzione, verrà trasferito in impianti di stoccaggio. Altri paesi non possono trattarlo: le tecnologie necessarie oggi sono disponibili solo in Russia e Francia (in precedenza erano ancora nel Regno Unito).
Il modello francese
In Francia, il combustibile nucleare esaurito viene avviato al riprocessamento: gli elementi e i gusci di zirconio vengono segati e le compresse vengono sciolte.
La composizione del combustibile nucleare esaurito è più o meno questa: uranio (96%), plutonio (1,2%) e scorie radioattive. I componenti principali delle scorie sono la frazione “a vita breve” di cesio-stronzio (2%), attinidi minori (0,5%) e altri prodotti di fissione (0,3%). La cosa principale è che rimane molto uranio .
L’uranio irradiato è detto rigenerato. Oltre all’uranio-238 “inutile” e all’uranio-235 “utile” (2%), contiene molti altri isotopi (232, 234, 236) che interferiscono con la reazione.
Per la produzione di combustibile, l’uranio viene purificato da isotopi e scorie radioattive e arricchito al 5% richiesto. Rimane il plutonio, quindi il combustibile è già chiamato uranio-plutonio (i francesi lo chiamano combustibile MOX) . Tale combustibile può essere inviato al reattore una volta, tuttavia, solo il 30-50% del nocciolo del reattore può essere caricato in aggiunta al combustibile convenzionale. E questo è tutto: poi non resta che l’interramento, perché il rapporto tra isotopi di uranio diventa completamente inadatto alla lavorazione e il plutonio inizia ad avere troppo fondo.
Il problema principale di questo tipo di trattamento è che non elimina la quantità di rifiuti radioattivi pericolosi: la frazione “a vita breve” di cesio-stronzio e gli attinidi minori (americio, nettunio, curio e altri). Questi ultimi rappresentano il pericolo maggiore perché la loro emivita è di migliaia di anni . Tuttavia, la Russia sa come sbarazzarsene: con l’aiuto dei reattori a neutroni veloci.
Modello a due componenti e rifiuti radioattivi
I reattori a neutroni veloci sono l’eredità dell’enorme lavoro svolto dagli scienziati sovietici . Su scala sperimentale, molti paesi del mondo furono impegnati nel loro sviluppo: Francia, Stati Uniti, Giappone, Gran Bretagna. Ma solo in Russia fu possibile raggiungere una scala industriale. Ancora oggi, il reattore BN-600, lanciato nel 1980 presso la centrale nucleare di Beloyarsk, è in funzione. Nel 2015, il BN-800 è stato lanciato sulla stessa Beloyarskaja. E lo sviluppo continua: un reattore sperimentale BREST-OD-300 (a combustibile MUPN ) è in costruzione a Seversk, e un potente BN-1200 è in fase di progettazione per Beloyarsk. Nella sezione dedicata ai piani futuri, torneremo su questo argomento.
La principale differenza e la prima caratteristica dei reattori veloci rispetto ai reattori termici “ordinari” è che non hanno moderatori, e quindi l’energia dei neutroni raggiunge valori elevati. Per avviare la reazione, necessitano di plutonio nel combustibile, quindi il combustibile esaurito proveniente dai reattori termici “ordinari” può essere utilizzato per la sua produzione. Lo sviluppo sequenziale del combustibile prima nei reattori termici e poi nei reattori veloci è chiamato modello a due componenti dell’energia nucleare.
Reattore BN-800
La seconda caratteristica importante dei reattori veloci è la capacità di “bruciare” pericolosi attinidi minori: curio, nettunio e americio. Con il curio non si può fare nulla, perché col tempo decade in plutonio. Ma il plutonio stesso alla fine decade in americio . In generale, hanno emivite molto lunghe, con emivite di migliaia di anni .
È possibile seppellire tali rifiuti, ma è difficile. È necessario uno stoccaggio profondo, ad esempio in una miniera chiusa nelle profondità di una montagna con una roccia di granito adatta che non lasci passare nulla. Il deposito è cementato dall’alto, ma le sue condizioni devono comunque essere monitorate. È meglio eliminare completamente gli attinidi con l’aiuto di reattori veloci.
I reattori veloci funzionano con combustibile uranio-plutonio, “bruciano” attinidi minori e, cosa non ancora menzionata, durante il processo di lavoro producono nuovo plutonio (che possono lavorare autonomamente). È grazie a questo che è possibile produrre tutta l’energia nei reattori veloci, creando di fatto un ciclo chiuso.
Ciclo chiuso
In un ciclo del combustibile nucleare chiuso (CNFC), il combustibile uranio-plutonio viene riprocessato dopo lo sviluppo in un reattore a neutroni veloci, formato in nuovi assemblaggi e rimandato allo stesso reattore.
La fabbricazione e la lavorazione vengono ora eseguite da aziende distanti dalla centrale nucleare. Per trasportare il combustibile esaurito, è necessario prima lasciarlo raffreddare e poi riscaldarlo nuovamente durante il riprocessamento. Si tratta di un ingente investimento di tempo e risorse, per questo Rosatom sta costruendo una stazione sperimentale a Seversk, dove la fabbricazione e la lavorazione saranno eseguite proprio accanto al reattore veloce (BREST-OD-300). In questo modo verrà implementato il ciclo del combustibile nucleare in situ (YATC), una variante di quello chiuso, sebbene alcuni esperti considerino questo formato un “vero” ciclo chiuso.
Il reattore vero e proprio, il modulo di fabbricazione-rifabbricazione e il modulo di elaborazione saranno ubicati nello stesso sito a Seversk. Gli ultimi due si trovano letteralmente di fronte, uno di fronte all’altro. La maggior parte delle operazioni è robotizzata per ridurre l’impatto sul personale. I materiali nucleari saranno necessari solo per avviare il reattore, poi solo un rifornimento minimo. E tutti i principali rifiuti radioattivi saranno bruciati dal reattore veloce. Si prevede che il modulo di fabbricazione sarà lanciato nei prossimi anni per produrre combustibile per il lancio previsto dell’unità nel 2026.
Il tasso di incidenti del BREST è minimo: contiene un refrigerante al piombo, che non si disperde in caso di incidente. La cosa più pericolosa per le centrali nucleari è la perdita di refrigerante. È esattamente quello che è successo a Fukushima: l’acqua è scomparsa e il combustibile si è fuso. Nel BREST, una volta scollegato, il piombo si congela. Tuttavia, il combustibile nitruro (combustibile MUPN) non può fondersi.
Anche nello scenario di emergenza più estremo, tutto il pericolo rimarrà all’interno del perimetro della centrale nucleare. Il piombo è anche un assorbitore di neutroni, quindi il reattore può essere semplicemente messo fuori servizio sul sito. La sicurezza è uno dei compiti principali dell’energia nucleare moderna. I nuovi reattori moderni sono protetti il più possibile dagli incidenti.
A quanto pare, i reattori veloci esistono in Russia e presto lo saranno anche in Cina, dove Rosatom sta contribuendo alla loro costruzione. Nel resto del mondo, i reattori sono reattori termici “convenzionali”, in grado di funzionare solo con combustibile a uranio puro o con combustibile riprocessato una sola volta (il modello francese). Per integrarli nella catena del riciclo, Rosatom ha sviluppato il combustibile REMIX .
Ciclo bilanciato e frazione “di breve durata”
L’esperienza nella gestione dell’uranio, del combustibile nucleare esaurito e del combustibile MOX ha reso possibile la creazione di un combustibile speciale che può essere utilizzato ripetutamente a pieno carico nei reattori termici, nel riprocessamento e nella rifabbricazione negli impianti russi.
Supponiamo che un paese non abbia alcuna centrale nucleare, ma voglia comunque utilizzare l’energia nucleare. Le centrali nucleari vengono costruite in soli quattro anni. Per i primi dieci anni, funzioneranno con il tradizionale combustibile all’uranio, scaricandolo in una piscina per il raffreddamento.
Gradualmente, Rosatom ritirerà il combustibile esaurito e lo riprocesserà presso le sue sedi per trasformarlo in combustibile REMIX uranio-plutonio (combustibile uranio-plutonio per reattori termici ad acqua leggera), restituendolo poi all’impianto. Dall’undicesimo anno fino alla fine dell’attività, prevista per 50 anni, la centrale sarà in grado di funzionare con tale combustibile riprocessato. A differenza del combustibile francese MOX, che può essere caricato solo per un terzo, il combustibile REMIX può essere caricato con il 100% del nocciolo del reattore. Dopo ogni ciclo di irradiazione del combustibile, il plutonio “peggiora”, ma gli specialisti di Rosatom hanno trovato un modo per migliorarne la composizione e riprocessare il combustibile fino a sette volte, bruciando attinidi minori lungo il percorso.
Questo approccio consente di risparmiare significativamente sulla produzione di combustibile nucleare, poiché circa l’80% dei costi di assemblaggio ricade sull’uranio e sull’arricchimento, circa il 15% sulla fabbricazione e il 3% sulla conversione. Il vantaggio principale di questo approccio è l’assenza di scorie nucleari pericolose. Tutti gli attinidi minori saranno “bruciati” in Russia in reattori veloci. Ne rimarrà solo una frazione “a breve termine”, con un’emivita di circa 80 anni, che può essere versata in vetro borosilicato (o ceramica, a seconda delle tecnologie future) e depositata in depositi superficiali, dove in poche centinaia di anni queste scorie diventeranno assolutamente sicure. Non molto, rispetto agli attinidi minori , che impiegano millenni.
Verso la fine del ciclo di vita dell’impianto REMIX-fuel, sarà sufficiente costruire un piccolo edificio per contenitori con “vetro”. Oggi, REMIX-fuel è in fase di sperimentazione con successo presso la centrale nucleare di Balakovo.
L’interazione delle centrali termoelettriche con i reattori veloci russi costituisce un ciclo del combustibile nucleare bilanciato (SNFC), sulla base del quale è possibile costruire un sistema nucleare interconnesso globale, fornendo ad altri paesi servizi per la combustione di attinidi minori. In futuro, la Russia avrà solo reattori veloci. Tuttavia, anche senza l’afflusso di uranio e plutonio dai reattori termici, abbiamo tutto ciò che serve per il loro funzionamento , in particolare enormi riserve di DUHF .
Rifiuti di uranio e tasso di riproduzione
L’esafluoruro di uranio impoverito (DUHF) rimane in grandi quantità dopo aver ottenuto l’uranio arricchito dall’uranio naturale. Fondamentalmente, è composto da uranio-238 con una piccola quantità di uranio-235 “utile”.
In quasi un secolo di attività dell’industria nucleare nazionale, la Russia ha accumulato enormi riserve di DUHF, oltre un milione di tonnellate. Per ridurre queste scorte, Rosatom sta gradualmente sgomberando i siti di smaltimento. Si prevede di dimezzarne il numero entro il 2038 e di eliminare tutte le riserve entro il 2057 attraverso il trattamento.
In primo luogo, l’esafluoruro di uranio impoverito viene purificato dal fluoro. L’acido fluoridrico e l’acido fluoridrico anidro risultanti vengono venduti sul mercato chimico. L’uranio impoverito viene utilizzato anche in ambito industriale: viene impiegato per realizzare contenitori per il trasporto di isotopi, schermi per apparecchiature mediche e viene utilizzato anche nei contrappesi e nei giroscopi degli aerei, nelle zavorre delle navi e in altri scopi. Ma la maggior parte, ovviamente, viene utilizzata per la produzione di nuovo combustibile nucleare.
In una parte significativa di queste riserve, la percentuale di uranio-235 è piuttosto elevata (fino allo 0,4%), poiché nei primi decenni l’arricchimento veniva effettuato con un metodo diffuso meno efficiente. Oggi, questi residui possono essere utilizzati nella produzione di combustibile per reattori termici. I residui secondari sono sicuramente inutili per il resto del mondo, ma per noi sono un’ottima materia prima per i reattori veloci.
L’uranio-238 “inutile” non interferisce con i reattori veloci, l’importante per loro è che ci sia plutonio. Nel processo, possono produrre ancora più plutonio per sé stessi. E questa è la terza caratteristica dei reattori veloci .
Le capacità di un particolare reattore a neutroni veloci dipendono dal suo progetto iniziale. Se previsto, il reattore sarà in grado di funzionare in diverse modalità con diverse velocità di riproduzione.
A parità di coefficiente di riproduzione unitario, nel combustibile esaurito sarà presente la stessa quantità di plutonio presente nel carico originale. In questo caso, sarà necessaria una composizione idonea solo per il primo carico. Inoltre, il reattore veloce lo supporterà.
Con un coefficiente di riproduzione inferiore a uno, un reattore veloce “brucerà” il plutonio in eccesso. Un tale regime è necessario per lo smaltimento delle riserve accumulate di combustibile esaurito dai reattori termici. Possiamo affermare che questo rappresenta una preoccupazione per le generazioni future: non dovranno più gestire le scorte di plutonio di base.
L’opzione più interessante si ha quando il coefficiente è maggiore di uno. La percentuale di aggiunta di plutonio è piccola, ma efficace – fino all’1,2% – e consente di compensare la mancanza di plutonio nel tempo per avviare un nuovo reattore veloce. Questa possibilità è offerta dai neutroni veloci: ad alta energia, possono scindere l’”inutile” uranio-238 in plutonio.
Sulla base di questa tecnologia unica, Rosatom prevede di costruire in futuro tutte le centrali nucleari russe con reattori a neutroni veloci.
Il futuro dell’energia nucleare russa
Oggi, i reattori termici rappresentano una tecnologia più avanzata e collaudata rispetto ai reattori a neutroni veloci. La vasta esperienza ci consente di costruire nuove centrali in soli quattro anni. Tuttavia, senza reattori veloci, i reattori termici consumerebbero le riserve di uranio a un ritmo significativo e produrrebbero troppi rifiuti pericolosi. Con i reattori veloci, i rifiuti di scarto diventano una fonte di combustibile pressoché inesauribile: dureranno per decine di migliaia di anni .
La Russia ha un vantaggio: gli ingenti investimenti nello studio e nello sviluppo di reattori a neutroni veloci, effettuati nel secolo scorso, rendono possibile lo sviluppo di questo settore oggi. Rosatom prevede di costruire solo reattori veloci dopo il 2035 e, entro il 2045, di trasferire un quarto del bilancio energetico russo, in rapida crescita, all’energia nucleare.
I vecchi reattori saranno gradualmente disattivati e sostituiti da nuovi reattori veloci. Ad oggi, in Russia sono operativi 35 reattori in 11 centrali nucleari. Per sostituirli con reattori veloci, è necessario prima confermare la fattibilità economica del progetto. Un reattore veloce è molto più complesso di un reattore termico e quindi costa significativamente di più. In parte, il motivo è che la tecnologia non è ancora completamente perfezionata, e quindi è probabile che i costi diminuiscano gradualmente.
Installazione delle attrezzature per il pozzo del reattore di ricerca a neutroni veloci di quarta generazione a Dimitrovgrad.
Il reattore raffreddato a piombo in costruzione a Seversk, con moduli di processo e rifabbricazione, è un progetto sperimentale unico e costoso che metterà alla prova numerose nuove tecnologie, ma avrà una capacità limitata. Anche il principale reattore veloce russo, il BN-800 della centrale nucleare di Beloyarsk, non raggiunge le prestazioni dei reattori termici (1000-1200 MW). Tuttavia, su di esso sono stati testati un complesso sistema di protezione e un sistema di protezione.
Pertanto, Rosatom dovrà affrontare diversi obiettivi nei prossimi anni: ottimizzare la progettazione dei reattori a neutroni veloci, aumentare la potenza unitaria e raggiungere il prezzo ottimale. Il primo esempio di un reattore veloce “seriale” di questo tipo sarà il reattore BN-1200 raffreddato a sodio presso la centrale nucleare di Beloyarsk. La sua costruzione e il suo lancio sono previsti entro il 2030.
L’unico altro Paese che metterà in funzione reattori veloci è la Cina. Entro il 2040, il Paese prevede di raggiungere una capacità totale di 100 GW, ovvero di mantenere in funzione circa un centinaio di reattori. Dopo il 2040, costruiranno solo reattori a neutroni veloci. A marzo 2022, in Cina erano operativi 54 reattori con una capacità totale di 55 GW, e da allora ne sono già stati avviati altri due. È noto che entro il 2025 la Cina punta a raggiungere i 70 GW. Con l’aiuto di Rosatom, sta costruendo il suo primo reattore a neutroni veloci.
Il desiderio internazionale di energia pulita e rinnovabile con uno sviluppo a lungo termine sta già diventando una realtà nel nostro settore nucleare. L’introduzione di reattori a neutroni veloci su larga scala consente di riprocessare gli scarti di uranio accumulati, riduce la quantità di scorie radioattive più pericolose, sia nel nostro Paese che in altri Paesi, e utilizza con parsimonia le limitate riserve di uranio, fornendo ai reattori “convenzionali” combustibile adeguato. [Grasso corsivo mio]
Come già accennato, non tutti i rifiuti vengono bruciati, sebbene la maggior parte delle proprietà pericolose venga eliminata. Ci saranno notevoli problemi politici legati alla possibilità che l’Europa consenta alla Russia di smaltire i suoi rifiuti altamente contaminati. Lo stesso problema interferirà con la costruzione europea di reattori veloci. La Cina vorrà gestire il proprio ciclo del combustibile, e immagino che le nazioni africane si uniscano per fare lo stesso, insieme a India e Sud America. Localizzare il trasporto di materiali nucleari IMO deve essere fatto come misura di sicurezza. La facilità di costruzione di centrali nucleari da parte di Rosatom è dovuta in gran parte al suo status di organizzazione pubblica assicurata dal governo russo, il che è l’opposto di quanto avviene in Nord America. Come accennato in un precedente articolo di Gym, l’aumento della produzione di elettricità pianificato dalla Russia non è sufficiente a far fronte al vasto aumento del consumo di energia da parte dell’intelligenza artificiale e di altre tecnologie emergenti che comportano un consumo energetico molto elevato. La Cina è attualmente l’unica nazione in grado di gestire questo aumento, ma anche lei è consapevole che sarà necessario ancora di più, da qui i suoi ben ponderati piani energetici futuri. La capacità di generazione dovrà espandersi a livello globale man mano che le auto elettriche diventeranno la norma e i paesi in via di sviluppo diventeranno maggiori consumatori di elettricità. La generazione diretta di elettricità sarebbe preferibile alle modalità termiche ormai secolari, un metodo a cui la produzione di energia da fissione e fusione rimane ancora asservita. Gli sforzi di Rosatom sembrano aver perfezionato il metodo al massimo livello possibile. Sì, esiste il metodo del reattore al torio, ma anche questo viene utilizzato per generare vapore. I giovani d’oggi dovranno ancora affrontare la sfida energetica con l’avanzare del secolo.
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o itinerante in città per un ultimo bis_di Simplicius
510 milioni di dollari di armamenti per Israele dagli USA_di Cesare Semovigo
Importante aggiornamento Israele-Iran, di Mark Wauck, l’Orient le jour, dd GEOPOLITICS_a cura di Cesare Semovigo
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